Orval

Produttore:  Abbaye d’Orval Brasserie
Nazione di appartenenza: Belgio
Gradazione: 6,2% Vol.
Stile: belgian ale – trappista
Colore: chiara

Nelle Ardenne si trova l’Abbazia di Notre-Dame d’Orval, in territorio belga, molto vicino al confine francese, equidistante (10 km) da Florenville (Belgio) e Montmédy (Francia).
Anno 1070: l’inizio della vicenda storica di Orval. In quell’anno alcuni monaci Benedettini Calabresi lasciano il proprio convento e decidono di allontanarsi dall’Italia per ridare nuova vita alla propria vocazione monastica. Arrivati in Germania, l’Arcivescovo di Trier consiglia loro di cercare una nuova collocazione nelle Ardenne, allora suo territorio diocesano. Il Conte Arnoldo II di Chiny, signore del feudo di cui faceva parte Orval, li accoglie, offrendo loro appezzamenti di terra di sua proprietà.
Matilde di Canossa: personaggio storico rilevante e protagonista di una vita dai risvolti quasi fiabeschi, si inserisce anche nella storia di Orval. Nel visitare i lavori della costruenda abbazia, a Matilde capita che (narra la storia/leggenda), immergendo le mani in una sorgente all’interno delle mura del monastero, l’attuale fontana Matilde, l’anello nuziale le scivoli dalle dita e si perde fra le acque. Matilde implora subito la Vergine Maria di farglielo ritrovare e subito, una trota emerge dalla fonte portando in bocca l’anello. Stupefatta dell’accaduto la contessa esclama: ”Questo luogo è veramente la valle dell’oro!” “Aurea vallis”, in francese “val d’Or”, che col tempo diventa Orval. Di questo episodio rimane traccia nel logo della birreria, registrato dal 1934, che raffigura appunto  una trota con l’anello in bocca.
La storia: nel 1124 la Chiesa di Orval viene consacrata da Henri de Winton, Vescovo di Verdun. Affiliatasi all’Ordine dei Cistercensi, l’abbazia si espande, anche con alterne vicende, fino al XVI secolo, quando l’imperatore Carlo V concede all’Abbazia la facoltà di istituire una fonderia monastica. Da allora la comunità prospera, tanto che nel 1723 conta ben 130 membri, la comunità “la più numerosa dell’Impero”. Dalla fine del XVII secolo alla metà del XVIII le fonderie di Orval sono le più importanti di tutta l’industria siderurgica europea, ma la fine si avvicina: inizia con lo scoppio della Rivoluzione Francese del 1789, e culmina nel 23 giugno del 1793, con le truppe del generale Loyson che saccheggiano e bruciano il Monastero, radendolo al suolo. Dopo 150 anni di abbandono, Orval rivede un gruppo di monaci cistercensi nel 1927, provenienti dalla Francia e dall’Olanda: l’8 settembre 1948, Orval rinasce definitivamente dalle proprie rovine, ancora visibili in parte accanto all’attuale, splendido  complesso monastico, progettato dell’architetto Henry Vaes (l’autore, fra l’altro, anche del progetto della bottiglia e del bicchiere di Orval).
Le prime notizie ufficiali legate all’esistenza di una birreria ad Orval sono del 1628, ma probabilmente da sempre c’è stata una birreria all’interno del monastero. La fabbrica di birra attuale, che assomiglia ad una cappella, viene costruita nel 1931, e oggi il profitto generato dalla fabbrica di birra è direttamente distribuito dalla comunità monastica ad organizzazioni caritatevoli e sociali locali, poichè l’autosufficienza economica è assicurata dai proventi della produzione di pane, formaggio, miele e confetture. Il primo mastro birraio, il bavarese Martin Pappenheimer, e il suo assitente John Van Huele di Ostenda  si dividono la paternità della birra di Orval, che è unica, tanto che in francese è stato coniato il detto “le goût d’Orval”, il gusto di Orval. I monaci possono assaggiarla solo 2 volte all’anno: negli altri giorni bevono la Petit Orval (od Orval Vert) di 3,5°, in pratica una Orval classica diluita con acqua per diminuirne la gradazione. La produzione annuale si attesta all’incirca sui 45.000 hl. (535 barili a settimana), dieci volte la produzione di Westvleteren.

Malto pale ale chiaro e malto caramello, luppoli aromatici Hallertau e Styrian Goldings, acqua della fonte Matilda, lievito d’Orval (unico!) ad alta fermentazione, fiori di luppolo freschi per il dry hopping, seconda fermentazione nei tini e terza in bottiglia, 40 unità di amaro. L’aroma caratteristico è dovuto all’uso di lievito semispontaneo Brettanomyces che da un tocco di corpo e acidità nel finale. Questa è la carta d’identità di questa birra unica, molto secca ed amara.
Colore al confine fra il giallo dorato e l’ambrato scarico, ha spuma cremosa e abbondante, di media persistenza. I profumi: intensi e molto rustici, ricordano le prugne e le susine bianche, la scorza d’arancio, il pepe, luppolo e lievito aspro. In bocca è mediamente frizzante, molto asciutta, fruttata,  e alterna le note agrumate a quelle speziate e al luppolo, in una corsa lunga che termina in un finale amaro giocato sui toni del rabarbaro, della china e della liquirizia. Di non facile beva, ha un carattere che si fa amare o odiare, non concedendo vie di mezzo; portata  per l’’invecchiamento, raggiunge la perfetta maturazione verso i 2-3 anni dall’imbottigliamento. Come per le birre di Chimay, negli ultimi anni si sono rincorse voci relative a modifiche apportate anche nel processo produttivo della Orval, che appare, in effetti, un po’ diversa rispetto alle produzioni meno recenti.